Perchè dico no alla maternità surrogata

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L’appello sulla maternità surrogata del gruppo Se non ora quando – Libere ha avuto il merito di aprire una discussione che prima d’ora era rimasta nel chiuso di qualche riflessione accademica o di circoli ristretti. Forse, anche la perentorietà della richiesta di divieto mondiale della pratica dell’utero in affitto, apparso a molte e molti come provocazione, ha consentito di mettere le carte in tavola. Così, abbiamo potuto ascoltare dotte analisi che paragonano la gestazione a un neutrale spazio-tempo, dove la “portatrice” fa maturare il seme del concepimento per poi consegnarlo, volontariamente e con grande gioia, ai committenti, che siano coppie eterosessuali (le più) o omosessuali.

Sono poco interessato al conflitto mercificazioni sì o no, pagamento di emolumenti solo per i costi vivi, oppure un riconoscimento monetario più sostanzioso. Il soldo non è il demonio, semmai ne è il suo uso distorto, che può suscitare riprovazione fino alla sanzione. Se per caso (come tristemente avviene, e sembra importare poco a molt*) sono i mariti, padri, fratelli a obbligare le donne a fornire il proprio corpo per la maternità surrogata in cambio di soldi, agi, favori, direi che siamo oltre lo sfruttamento e la categoria da utilizzare è la schiavitù, un crimine contro l’umanità (guarda caso sempre in gran parte femminile), su cui, ho scoperto in questi giorni, siamo a parole tutte e tutti d’accordo. Quindi, chi difende la maternità surrogata a spada tratta conviene che a livello internazionale sia bandita e perseguita la schiavitù, con leggi ben più incidenti e severe delle attuali. Questo primo punto mi sembra non secondario, anche perché ho sentito sostenitrici e sostenitori della libertà di praticare la maternità surrogata, vacillare rispetto alla realtà della costrizione (che rappresenta un’ampia fetta del “mercato”). Certo non manca chi descrive i nove mesi di gestazione come un periodo indifferente e la maternità come un evento da spogliare da qualsiasi implicazione biologica e psicologica e su questo la mia valutazione non può che confliggere con questa narrazione dell’anestetizzazione delle emozioni.

Sul resto, ovvero la richiesta di bando in ambito europeo, si può continuare a discutere, così come è evidente che vi sono alcune specifiche, nel caso si possa convenire per un divieto generalizzato della pratica, che andranno prese in considerazione, tra cui la donazione tra parenti, come la genitorialità surrogata che si inserisce in un percorso di presenza effettiva della donna che ha portato in grembo il/la bambin*.

StopSurrogacyNow-SocialMediaSignRimane un feroce attacco all’appello, portato avanti da parte del movimento lgbt e da molte donne impegnate collettivamente e individualmente su questi temi, perché avrebbe danneggiato l’attuale iter della legge sulle unioni civili. Già meglio di me Francesca Izzo e tante altre promotrici dell’appello si sono espresse sul tema, rammentando come tantissime firmatarie non solo sono d’accordo con le unioni civili, ma di più lo sono sul matrimonio egualitario, adozioni ecc.; così come hanno ricordato l’aggancio internazionale del documento e del movimento #stopsurrogacynow che dagli USA fino a tutta Europa sta coinvolgendo migliaia di donne, gruppi e intellettuali. Ma voglio rispondere anch’io portando un nuovo argomento: se avessimo dovuto attendere l’approvazione di una legge sulle unioni civili, per suscitare dibattiti sull’etica riproduttiva, le sessualità e così via, allora negli ultimi 30 anni avremmo dovuto tutte e tutti tacere.

Semmai, l’aggancio è stato proposto in questo Paese in primis dai gruppi cattolici reazionari e (inconsapevolmente) amplificato dal protagonismo mediatico delle coppie gay con figli, che sono cadute nella trappola. In questo senso avevo chiesto, (inascoltato) prima privatamente e poi quando ormai il danno era stato fatto, un passo indietro che non significava negare l’evidenza e la concretezza della realtà sociale, ma tentare di tenere insieme un confronto su un provvedimento che, intanto non riguarda solo le coppie gay e lesbiche, con o senza figli, ma che soprattutto sanerebbe le più orrende discriminazioni patite per millenni dalle persone omosessuali.

La politica ci dovrebbe soccorrere, è però comprensibile che con la crisi dei partiti e dei corpi intermedi, forse non si possa pretendere, da chi da sempre è stato solamente strumentalizzato, senso di responsabilità e accortezza strategica (certo il movimento lgbt italiano non può essere accusato di estremismo). Sarei ancora interessato, (ma penso che la fase non lo consenta, quindi, rimandiamo) a discutere con tanti fratelli gay sul senso del limite, sul desiderio di paternità che si interroga sull’annullamento o la lateralità della maternità (che è altra cosa della genitorialità che si assume le sue responsabilità a prescindere della condizione dei minori), su chi ha più diritti e come si coniugano tra di loro.

Avrei preferito, con il senno del poi, disgiungere l’attuale necessità di dotare degli stessi diritti i bambini nati dai progetti genitoriali gay maschili (su quello delle lesbiche scusatemi, ma per quanto mi riguarda la differenza è evidente) a come regolare in generale questo tema. Per queste ragioni rimango dell’idea che la stepchild adoption è l’unica strada percorribile (le proposte sull’affido rinforzato e altri pasticci, danneggiano solamente i/le bambin*), ma non rinuncerò nemmeno in futuro al mio convincimento che un uomo omosessuale, una coppia gay, hanno il dovere ancora più profondo di interrogarsi nel decidere deliberatamente sull’esclusione o la perifericità della madre.